Social media e mente: dalle psicotecnologie di Derrick de Kerckhove ai nuovi disagi giovanili
Psicologi, insegnanti e clinici segnalano sempre più spesso difficoltà che riguardano la capacità di mantenere l'attenzione, di ricordare informazioni senza il supporto di dispositivi digitali e di costruire discorsi complessi. Ciò che oggi osserviamo potrebbe essere stato anticipato, in fase teorica, da diverso tempo.
Negli ultimi anni qualcosa sembra essersi incrinato nel rapporto tra giovani e processi cognitivi. Psicologi, insegnanti e clinici segnalano sempre più spesso difficoltà che riguardano la capacità di mantenere l'attenzione, di ricordare informazioni senza il supporto di dispositivi digitali e di costruire discorsi complessi. Non si tratta semplicemente di "distrazione". In molti casi emerge una trasformazione più profonda e sembra che il modo in cui la mente organizza le informazioni stia davvero cambiando. Molti adolescenti oggi vivono immersi in un flusso continuo di stimoli digitali. Social network, notifiche, video brevi, messaggi istantanei. L'ambiente cognitivo in cui crescono è radicalmente diverso da quello delle generazioni precedenti. Alcuni studi iniziano a suggerire che questa esposizione costante possa essere associata a fenomeni come frammentazione dell'attenzione, riduzione della memoria operativa (memoria di lavoro), e difficoltà nell'elaborazione linguistica articolata. Ma la domanda interessante non è soltanto clinica. È anche culturale e teorica. Perché ciò che oggi osserviamo potrebbe essere stato anticipato, in fase teorica, da diverso tempo.
Le psicotecnologie di Derrick de Kerckhove
Già negli anni Novanta il sociologo e teorico dei media Derrick de Kerckhove, erede intellettuale della scuola di Marshall McLuhan, aveva formulato un'ipotesi sorprendentemente attuale, concependo il concetto di psicotecnologia.
Secondo De Kerckhove ogni tecnologia che interviene sul linguaggio e sulla comunicazione modifica inevitabilmente anche la struttura del pensiero umano. Le tecnologie non sono semplicemente strumenti esterni che utilizziamo. Sono estensioni delle nostre funzioni mentali.
Per questo motivo la storia dell'umanità può essere letta anche come una storia delle tecnologie cognitive.
La parola orale ha strutturato una cultura fondata sulla memoria e sulla narrazione.
La scrittura ha reso possibile esternalizzare il ricordo e ha favorito la nascita del pensiero logico e analitico.
La stampa ha accelerato la diffusione delle idee e rafforzato la riflessione individuale.
Ogni grande tecnologia della comunicazione ha riorganizzato la mente.
In questo senso le tecnologie digitali possono essere viste come una nuova psicotecnologia. Non solo perché trasmettono informazioni, ma perché modificano l'ecosistema cognitivo in cui la mente opera.
Quando ogni informazione è sempre disponibile online, la memoria cambia funzione. Non è più necessario ricordare tutto, ma diventa più importante sapere dove trovare le informazioni. Questo fenomeno è oggi studiato dalla psicologia con il nome di cognitive offloading, ovvero l'esternalizzazione di parte dei processi cognitivi verso strumenti tecnologici.
Anche l'attenzione si riconfigura. L'ambiente digitale è costruito su cicli rapidi di stimoli, notifiche e contenuti brevi. La mente si abitua a muoversi tra molte informazioni in tempi molto ridotti, sviluppando una modalità cognitiva più frammentata ma anche più reattiva.
Il linguaggio stesso si trasforma. Emojis, messaggi brevi, contenuti visuali e video riducono lo spazio della narrazione lunga, ma al tempo stesso aprono nuove forme espressive.
Il concetto di brainframe
Per descrivere queste trasformazioni De Kerckhove utilizza un concetto particolarmente affascinante che completa quello di psicotecnologia, quello di brainframe.
Un brainframe è l'assetto cognitivo dominante di una determinata epoca. Non riguarda il singolo individuo, ma la struttura mentale collettiva che emerge dall'interazione tra il cervello e le tecnologie che la cultura di riferimento adotta.
Le società orali sviluppavano un pensiero narrativo e fortemente basato sulla memoria. Le culture alfabetiche hanno prodotto un pensiero lineare e analitico. L'era della stampa ha consolidato la riflessione individuale.
L'epoca digitale, invece, sembra favorire una mente reticolare e distribuita, in cui parte dei processi cognitivi avviene fuori dal cervello, nelle reti tecnologiche, e perciò un pensiero esternalizzato.
In questo senso il cervello non lavora più da solo. Lavora in connessione con altri cervelli attraverso la rete e i suoi sistemi.
Molte delle categorie con cui oggi la psicologia studia il rapporto tra mente e tecnologia – digital cognition, extended mind, attenzione frammentata – sembrano sorprendentemente vicine alle intuizioni formulate da De Kerckhove decenni fa.
Questo non significa che la tecnologia stia necessariamente peggiorando la mente.
Trasformazione, non degrado
Ogni psicotecnologia nella storia ha trasformato alcune abilità e ne ha potenziate altre. La scrittura, per esempio, ha indebolito la memoria orale ma ha reso possibile lo sviluppo della filosofia, della scienza e del pensiero astratto, permettendo che la conoscenza fosse tramandata oltre la condizione orale, che la vincolava in uno spazio fisico e temporale molto ridotto.
Allo stesso modo le tecnologie digitali potrebbero ridurre alcune competenze cognitive tradizionali mentre ne sviluppano di nuove. Pensiero reticolare, capacità di navigazione informativa, collaborazione distribuita e nuove forme di creatività emergono proprio dall'interazione tra individui e reti digitali.
De Kerckhove chiamava questo fenomeno intelligenza connettiva: una forma di cognizione che nasce dalla connessione tra molte menti attraverso le tecnologie.
La vera questione quindi non è stabilire se la tecnologia sia buona o cattiva.
La vera questione è comprendere come stia cambiando l'architettura della mente nelle nuove generazioni. I disagi che oggi i clinici osservano nei giovani – difficoltà attentive, fragilità della memoria di lavoro, impoverimento del linguaggio articolato – non sono patologie individuali. Sono segnali di un cambiamento sistemico, di un brainframe in transizione. E come ogni grande transizione cognitiva della storia, anche questa richiede consapevolezza, strumenti educativi adeguati e la capacità di distinguere ciò che si perde da ciò che si guadagna. La psicologia, in questo scenario, non può limitarsi a curare i sintomi. Deve contribuire a leggere il cambiamento. Perché comprendere come la mente si trasforma è il primo passo per accompagnare questa trasformazione senza esserne travolti.
In controluce...
Ciò che emerge dall'incontro tra le intuizioni di De Kerckhove e i dati clinici contemporanei è una sfida che non possiamo permetterci di ignorare. Non si tratta di demonizzare i social media né di celebrarli acriticamente. Si tratta di osservare, con rigore e onestà intellettuale, come stia cambiando l'architettura della mente nelle nuove generazioni. I disagi che oggi i clinici osservano nei giovani – difficoltà attentive, fragilità della memoria di lavoro, impoverimento del linguaggio articolato – non sono patologie individuali. Sono segnali di un cambiamento sistemico, di un brainframe in transizione. E come ogni grande transizione cognitiva della storia, anche questa richiede consapevolezza, strumenti educativi adeguati e la capacità di distinguere ciò che si perde da ciò che si guadagna. La psicologia, in questo scenario, non può limitarsi a curare i sintomi. Deve contribuire a leggere il cambiamento. Perché comprendere come la mente si trasforma è il primo passo per accompagnare questa trasformazione senza esserne travolti.
Nota: Questo articolo ha finalità esclusivamente divulgative ed educative.
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