L'incendio visto dallo schermo
Psicologia degli Schermi3 Gennaio 20269 min di lettura

L'incendio visto dallo schermo

Quando la tragedia diventa contenuto e l'aiuto diventa un optional, l'umanità brucia.

Crans-Montana, un locale in fiamme il primo giorno del 2026. 47 morti. Più di cento feriti. Un inizio d'anno che lascia una ferita aperta, non solo per le famiglie coinvolte. La tragedia ha assunto anche un valore paradigmatico potentissimo proprio perché avvenuta ad inizio anno, l'inizio dell'anno ha sempre un valore simbolico di ripartenza, di promessa, di ordine che si ricompone. Quando una tragedia irrompe in questo spazio simbolico, l'effetto è amplificato: non rompe solo delle vite, ma incrina l'illusione collettiva di controllo con cui inauguriamo ogni nuovo anno. La storia la conosciamo. Ma ciò su cui non ci si è soffermati, nel pieno del dolore, emerge solo dopo, quando il clamore della notizia si attenua. Questa tragedia non è stata raccontata soltanto dai giornali, è stata raccontata dai telefoni. Non dopo, ma durante. Non per informare, ma per trasmettere. Nel passaggio dall'informazione alla trasmissione si perde il filtro, ma si guadagna visibilità. E oggi la visibilità vale più del senso. Ed è qui che si apre la ferita contemporanea, in mezzo a un evento estremo, la prima risposta di molti non è stata intervenire, ma inquadrare, riprendere e dunque trasmettere. Le mani dei presenti non si sono tese verso chi aveva difficoltà, almeno non subito, ma, quelle stesse mani, si sono armate di telefoni e hanno ripreso. Sappiamo bene che anche se avessimo voluto intervenire forse poco avrebbero potuto fare, ma qui non si discute del risultato finale, ma di un motto dell'anima, quello dell'aiuto immediato, che si sta assopendo, in virtù di altri impulsi di natura recente. Non confondiamolo però con semplice cinismo, il cinico è colui che volutamente, con coscienza, decide indifferenza verso valori morali e sociali. Questo è un cambiamento di architettura mentale, è uno stravolgimento di principi, non siamo davanti a una scelta fredda, ma a un automatismo. Il gesto di prendere il telefono ha il sopravvento, precede la riflessione morale. L'etica non viene rifiutata, viene scavalcata da una sequenza di azioni ormai interiorizzata. Non è la prima volta che accade, è solo l'ultima, il perpetrarsi di questi comportamenti, li rende progressivamente invisibili. Ci indigniamo sempre meno non perché siamo peggiori, ma perché ci stiamo abituando. Per capire questo tipo di comportamento serve fermarsi un attimo e dare un nome a ciò che stiamo osservando. È qui che prende forma una figura sempre più evidente: l'uomo digitale.

L'uomo digitale

L'episodio dell'incendio non racconta solo una tragedia. Racconta una forma di presenza tipicamente contemporanea, quella dell'uomo digitale.

L'uomo digitale è una condizione esistenziale, è l'essere umano che vive, interpreta e reagisce alla realtà attraverso la mediazione costante dello schermo. L'uomo digitale non guarda il mondo, lo inquadra, non ascolta, registra. Inquadrare e registrare significa selezionare, decidere cosa entra e cosa resta fuori. Non è uno sguardo neutro: è uno sguardo che trasforma l'esperienza in materiale.

In questa trasformazione, il telefono non è più uno strumento esterno, ma una protesi cognitiva che ridefinisce ruoli e priorità. Quando qualcosa accade, l'automatismo non è più "esserci", ma rendere l'evento visibile, trasformando la presenza in contenuto.

Il telefono diventa una estensione del pensiero. Non documenta ciò che viviamo, orienta ciò che scegliamo di vivere.

Marshall McLuhan lo aveva anticipato, il mezzo non si limita a veicolare il messaggio, ma ristruttura la percezione e il comportamento. Nell'uomo digitale questo principio diventa quotidiano, l'esperienza non è pienamente tale finché non è registrabile, condivisibile.

Ciò che non è registrato rischia di essere percepito come incompleto, quasi irrilevante. L'esperienza perde valore se non produce traccia.

A questa intuizione si lega ciò che Luciano Floridi definisce Onlife, una condizione in cui online e offline non sono più separabili. L'uomo digitale non "entra" nel digitale, ci vive.

Vivere in una condizione Onlife significa che le regole del digitale, velocità, visibilità, reazione, contaminano anche i comportamenti offline, inclusi quelli eticamente sensibili.

In questo quadro, filmare una tragedia non è solo una scelta individuale, è l'espressione coerente di una soggettività che si percepisce come nodo di una rete, come emittente permanente. L'azione primaria non è più intervenire, ma testimoniare. La testimonianza, da atto morale, diventa funzione. Non risponde più alla domanda "è giusto?", ma a "è condivisibile?".

L'uomo digitale non è meno umano, è diversamente umano, ha imparato a gestire l'impatto emotivo mettendo uno schermo tra sé e il reale, trasformando il trauma in narrazione. Lo schermo funziona come anestetico emotivo. Protegge dal dolore, ma riduce anche la capacità di tollerarlo senza mediazioni.

Filmare come anestesia e come alibi

In psicologia sociale conosciamo bene l'effetto spettatore, la cosiddetta diffusione di responsabilità. Più persone ci sono, meno ciascuno si sente chiamato ad agire.

La presenza di molti altri crea un'illusione di intervento altrui. Nel digitale, questi "altri" diventano potenzialmente infiniti.

Ma lo schermo aggiunge una novità, conferendo allo spettatore il compito di filmare, il ruolo cambia. Non più soccorritore, non più testimone diretto, ma produttore di contenuti.

"Sto facendo qualcosa, sto filmando, e lo sto facendo per avere una testimonianza che sarà utile".

Questa frase contiene una giustificazione morale che arriva dopo il gesto, non prima.

Filmare può diventare una strategia per reggere l'angoscia: se registro, metto distanza, rendo il caos "gestibile". E allo stesso tempo costruisco una giustificazione, non sono stato immobile; ero testimone. L'atto di filmare permette di sentirsi attivi senza esporsi al rischio dell'azione. È una forma di partecipazione a basso costo emotivo.

Broadcasting personale: siamo tutti emittenti

Un tempo la tragedia aveva un luogo, oggi il luogo prediletto per il racconto delle tragedie è un feed, siamo smaniosi di raccontare, e spesso, di farlo per primi. Pensate a quanto è premiante essere i primi, alcuni social hanno anche introdotto l'etichetta di "Primo a commentare". La logica del primato trasforma l'urgenza morale in urgenza algoritmica. Conta arrivare prima, non capire meglio.

Tutto questo è personal broadcasting, ognuno diventa micro-media, micro-emittente. E quando sei un'emittente, anche per pochi secondi, cambia la priorità, prima catturi, poi capisci. Prima pubblichi, poi agisci.

Quando il telefono "vince" sulla presenza

L'uso di live streaming per mostrare aggressioni in tempo reale ha portato studiosi e giornalisti a parlare di "bystander effect" in versione digitale. L'effetto spettatore è stato congetturato per la prima volta in riferimento all'omicidio di Kitty Genovese.

La domanda che fa male e che Psiconnessioni deve fare

Che cosa ci ha insegnato a fare lo schermo quando accade qualcosa?

Non è una domanda individuale, ma culturale. È l'esito di anni di addestramento dell'attenzione.

La nostra attenzione è addestrata ormai da anni a selezionare ciò che è condivisibile, che è filmabile, che genera reazione. Questo automatismo ci impedisce invece di attivare quella reazione umana volta all'aiuto immediato in caso di necessità.

Siamo di fronte ad un segnale inquietante, la realtà, per molti, diventa pienamente "vera" solo quando è registrabile.

Ciò che non è registrato rischia di essere percepito come incompleto, quasi irrilevante. L'esperienza perde valore se non produce traccia.

È invece necessario riportare la presenza fuori dallo schermo, non sempre, ma quando serve. Perché ci sono momenti in cui non si può aspettare l'ennesimo "ciak si gira" di una scena che non si potrà ripetere.

In controluce...

La vera domanda non è se dobbiamo smettere di filmare. La domanda è: possiamo ancora scegliere di non farlo? L'automatismo che ci porta a estrarre il telefono prima di tendere una mano non è una patologia individuale, è un sintomo culturale. Siamo una società che ha imparato a documentare prima di vivere, a testimoniare prima di agire, a condividere prima di comprendere. L'uomo digitale non è una condanna, ma una condizione che richiede consapevolezza. Dobbiamo imparare a riconoscere quando lo schermo ci protegge e quando ci allontana. Quando testimoniare è necessario e quando è una fuga. Quando la presenza digitale è sufficiente e quando, invece, serve la presenza umana, quella che non si può delegare a nessun dispositivo. Perché è proprio l'isolamento a determinare l'angoscia, è proprio l'isolamento a coniugarsi con atti estremi. Il futuro che raccontiamo non è quello che costruiamo. Non per tutti, almeno.

Nota: Questo articolo ha finalità esclusivamente divulgative ed educative.

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