Il gemello che non invecchia
Psicologia degli Schermi25 Gennaio 20269 min di lettura

Il gemello che non invecchia

Identità digitale, una nuova prigione dell'eternità? La possibilità che una persona continui a "lavorare", produrre valore e occupare spazio simbolico nel mondo anche quando non è più psicologicamente presente.

La recente operazione che ha visto Khaby Lame autorizzare l'uso dei propri dati biometrici per la creazione di un gemello digitale basato su intelligenza artificiale è stata raccontata soprattutto come un passaggio economico o tecnologico, con vari risvolti legali sulla cosiddetta Identità Digitale. In realtà, ciò che rende questa vicenda significativa non è l'accordo in sé, ma ciò che segna, tra fascinazione e inquietudine, la possibilità che una persona continui a "lavorare", produrre valore e occupare spazio simbolico nel mondo anche quando non è più psicologicamente presente, o quando non è più la stessa persona che era al momento della registrazione di quell'identità.

Per la prima volta in modo esplicito, l'immagine di un individuo non è più solo una rappresentazione, ma una forza lavoro autonoma, capace di agire, comunicare, vendere, interagire, scalare all'infinito il lavoro.

Il lavoro, che per secoli è stato inseparabile dal corpo, dal tempo e dalla fatica, viene progressivamente scollegato dall'esperienza soggettiva. Il gemello digitale non si stanca, non attraversa crisi, non cambia desideri, non ha bisogno di pause, contrariamente a ciò che accade nella realtà. Questo scarto, questa differenza, ci porta a delle riflessioni di ordine psicologico e antropologico, financo lavorativo.

Dal punto di vista antropologico e psicologico, l'identità umana è sempre stata un processo, non un oggetto. Ci siamo definiti attraverso il cambiamento, attraverso la possibilità di smettere, di lasciare ruoli, di non riconoscerci più in ciò che facevamo prima. Anche il lavoro, nel bene e nel male, aveva un inizio e una fine, o quantomeno un'evoluzione. L'idea che una versione di noi possa continuare a lavorare al posto nostro rompe questo equilibrio, l'identità professionale smette di essere una fase della vita e diventa una presenza perpetua, pesante ed invasiva oltre che merce pura.

Di primo acchito tutto questo potrebbe sembrare, e forse lo è, incredibile, potrebbe emergere un senso di potenza, corroborato dall'illusione di essere ovunque, sempre attivi, sempre rilevanti, come se il tempo fosse stato finalmente messo all'angolo del ring della vita. Ma la psicologia del Sé ci insegna che quando l'immagine diventa troppo stabile e performante, l'identità reale rischia di collassare sotto il peso del confronto. L'essere umano, che cambia, dubita, rallenta, potrebbe sentirsi improvvisamente inadeguato e frustrato rispetto a una versione di sé che non sbaglia mai e non si ferma mai.

Col tempo, ciò che inizialmente appare come una forma di immortalità lavorativa può trasformarsi in una prigione. Che cosa accade quando una persona non vuole più essere associata a quell'immagine, a quel modo di comunicare, a quel ruolo professionale? Che cosa succede quando non si riconosce più in ciò che il gemello digitale continua a fare "per lui"? La possibilità di uscire dal ruolo, che è una necessità psicologica fondamentale, viene meno. Il lavoro non è più qualcosa che fai, ma qualcosa che continua a essere fatto a tuo nome, indipendentemente dalla tua volontà presente.

In questo senso, il gemello digitale è una versione contemporanea e concreta della metafora di Dorian Gray. Il ritratto non invecchia, mentre l'uomo sì. Ma oggi il ritratto non è silenzioso, produce, fattura, comunica bene, anche meglio dell'originale. Costruisce relazioni. Il corpo reale invecchia, cambia aspirazioni, magari desidera sottrarsi allo sguardo pubblico, mentre l'immagine professionale resta identica, performante, eternamente giovane. Questo scarto può generare una profonda dissonanza interna, una sensazione di essere intrappolati in una versione passata di sé che continua a esistere nel mondo del lavoro.

Il tema diventa ancora più delicato se osservato in prospettiva generazionale. Per molti giovani, l'identità lavorativa non è più un ruolo, ma coincide con l'identità personale. Essere visibili, riconoscibili, monetizzabili diventa una condizione per sentirsi esistenti. In questo contesto, l'idea di un gemello digitale che continua a lavorare anche in assenza del soggetto può apparire come la realizzazione estrema di un desiderio già diffuso, non scomparire, non uscire mai di scena, non diventare irrilevanti, esserci a tutti i costi. Ma dal punto di vista psicologico, la possibilità di "finire" un ruolo è essenziale per la salute mentale. Senza fine, non c'è trasformazione. Senza trasformazione, l'identità si irrigidisce e l'evoluzione personale di blocca.

Forse la domanda più importante non è se queste tecnologie siano giuste o sbagliate, ma se la mente umana sia davvero pronta a sostenere una condizione in cui lavoro e identità non conoscono più interruzione.Il diritto all'oblio non riguarda solo i dati, ma la possibilità di smettere di essere ciò che si è stati, anche professionalmente. Abbiamo bisogno di sapere che possiamo cambiare direzione, che possiamo sottrarci allo sguardo, che non saremo rappresentati per sempre da una versione cristallizzata di noi stessi.

Il caso di Khaby Lame non è un'eccezione, ma un'anticipazione di ciò che probabilmente è una parte di un futuro molto vicino, e riguarda chiunque, in futuro, affiderà al digitale non solo la propria immagine, ma il proprio ruolo nel mondo del lavoro. La domanda decisiva non è quanto a lungo questi gemelli digitali potranno vivere, ma quanto a lungo una persona potrà convivere psicologicamente con una versione di sé che non può più spegnere. Perché un'identità che lavora per sempre rischia di non lasciare più spazio a chi, quell'identità, la abita davvero.

In controluce...

L'emergere dei gemelli digitali segna un punto di svolta nella storia dell'identità umana. Per la prima volta, la nostra immagine può continuare a lavorare, produrre e interagire indipendentemente dalla nostra presenza psicologica. Questa tecnologia ci pone davanti a domande fondamentali: siamo pronti a convivere con versioni immortali di noi stessi? Possiamo accettare che il nostro lavoro continui anche quando noi cambiamo, invecchiamo, o semplicemente desideriamo essere altro? Il gemello digitale non è solo una questione tecnica o economica, è una sfida esistenziale. Ci costringe a ridefinire i confini tra identità e performance, tra essere e apparire, tra presenza e rappresentazione. La vera domanda non è se questa tecnologia sia giusta o sbagliata, ma se siamo pronti ad affrontare le conseguenze psicologiche di un mondo in cui l'identità professionale può sopravvivere alla persona che l'ha creata.

Nota: Questo articolo ha finalità esclusivamente divulgative ed educative.

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